Quinta Traccia 

Angeli ribelli

Diventare grandi comporta delle prove, delle lotte. A volte contro le difficoltà del mondo che ci circonda, a volte con noi stessi. Prove di iniziazione. Imparare a dire dei no (e anche qualche si). Perché non dobbiamo dimenticare cosa vuol dire essere bambini. Gli inganni degli adulti. Lettere di anime inquiete

Non si diventa grandi dicendo sempre: sì

E’ quasi un luogo comune l’affermazione che per crescere bisogna saper fare delle scelte e che per fare delle scelte bisogna saper dire dei “si”. Desidero attrarre l’attenzione del cortese lettore sul fatto che nelle età di crisi della storia umana, le civiltà hanno spesso saputo compiere dei passi in avanti sul terreno dei valori soprattutto quando c’è stato qualcuno capace di dire dei formidabili “No”.

Un esempio remoto: Antigone che disobbedisce al divieto del padre e decide di dare sepoltura al fratello (pagando a sua volta con la vita tale insubordinazione). Questa vicenda (reale o immaginaria che sia) è un faro che dal profondo della storia illumina, commuove, mobilita le nostre coscienze di uomini spesso timidi, pigri, rinunciatari e opportunisti.

Un esempio recente: Dietrich Bonhoeffer che dal carcere nel quale si trova rinchiuso sfida il mito della potenza e della forza hitleriana e descrive una teologia in cui Dio rivela la sua grandezza nel farsi il più umile e il più misero degli uomini venuto sulla terra per soffrire accanto agli uomini. Anche Bonhoeffer è condannato ma la sua testimonianza, nel fondo di una scura prigione, riscatta un popolo e forse un’intera epoca ().

I tribunali che sono stati chiamati a giudicare dei crimini di guerra hanno affermato il principio che nessun uomo può invocare l’obbedienza alla legge per giustificare la sua disumanità. Esiste dunque, nell’uomo, una dimensione più radicale della sua capacità di obbedire alla legge. Più radicale è un’espressione che contiene in sé il concetto di radice, dunque di ciò che fonda, sostiene, alimenta la nostra umanità. Questa dimensione radicale dell’uomo è la sua coscienza (rettamente formata come ama precisare il Cardinal Martini). La coscienza è la grande forza rivoluzionaria della storia. Talvolta essa si trova assopita nel cuore dell’uomo ma quando si risveglia essa è capace di trasformare anche l’essere più brutale e abbruttito in uomo credibile: come dimenticare il personaggio Zampanò nel film “La strada” di Fellini?

Egli è in qualche modo il simbolo di una possibilità di riscatto che ci riguarda da vicino, specie quando ci sentiamo, in alcune serate tristi e nebbiose della nostra vita, miserabili e senza senso.

Oltre alla violenza (che tutto sommato è un episodio raro nella nostra vita) c’è qualcos’altro che abbrutisce l’uomo: è l’atteggiamento vile del burocrate che si nasconde dietro la norma, la regola, il cavillo per non assumersi alcuna responsabilità, non intraprendere alcuna iniziativa. L’obbedienza alla legge è la strategia sottile per disertare la propria umanità.  Non sempre, peraltro, questa diserzione avviene consapevolmente. In un’epoca contrassegnata da un così elevato numero di prescrizioni, regolamenti, mansionari è facile che chi non è particolarmente vigile con se stesso, scivoli lentamente, pigramente in una forma di rispetto sempre più ossequioso e formalistico dalla norma. Si diventa prigionieri dell’abitudine a fare sempre nello stesso modo. Prigionieri del luogo comune.

Ma la prigione non è solo per il burocrate. Egli è la vittima della sua pavidità ma si trasforma presto in carnefice. Leggendo i romanzi di KafkaIl processo” e “Il Castello” si comprende bene come il meccanismo di procedure apparentemente verosimili e neutre possa rivelarsi uno strumento inesorabile per distruggere l’uomo, non tanto nella sua struttura fisica quanto in quella interiore. Quando K., il personaggio principale del romanzo, tenta di scoprire cosa vogliono da lui le autorità del Castello esse lo rimandano da un piccolo burocrate presuntuoso all’altro. In questo vagabondare da un ufficio all’altro K. sembra quasi perdere la certezza che il Conte Ovest-Ovest, il padrone del Castello, esista davvero. Viene meno la speranza di riuscire a comunicare con il mondo del Castello e quando finalmente uno degli innumerevoli funzionari gli offre benevolmente aiuto, K. stanco e ormai rassegnato si addormenta e non ascolta il discorso del funzionario. Kafka riconosce l’esistenza della legge, ma essa gli appare lontana, una verità incomprensibile, simbolo di tutto ciò che condanna l’uomo senza capirlo. Di ciò che lo giudica senza accoglierlo. Se questa fosse davvero la logica del nostro secolo la vita risulterebbe essere una farsa senza senso e la condanna essere già stata pronunciata. Bisogna dunque evadere.

Evadere dalla prigione, dal nonsenso, dal luogo comune, dal conformismo. Trovare spazi in cui esprimere la nostra insopprimibile diversità. Abbiamo bisogno di opporci al meccanismo, lento, inesorabile, meccanico, spietato che l’insieme di norme, regolamenti, giudizi, pregiudizi, condizionamenti grava sulla nostra vita riducendoci a numeri. Ad anime morte.

Se questa è la prospettiva invoco la ribellione, imploro la trasgressione. Prego perché la vita nel suo disordine anarchico, feroce e primitivo abbia comunque la meglio di un ordine razionale, gelido e mortale.

disegno Roberta Becchi
disegno Roberta Becchi

Nel libro: la quinta traccia

Elenco dei capitoli

Il bastone dei basutu (p. 232)

La grande corsa di primavera (p.233)

Non si diventa grandi dicendo sempre di sì (p.235)

Il bambino che non voleva crescere (p.238)

Vostro Onore, Signori della Corte (p. 240)

Era volato via dalla culla (p.242)

Le mamme sono ingannatrici (p. 243)

Spugna (p. 244)

Peter nel ghetto (p.244) 

LETTERE

Lettera di Anima Irrequieta (p.248)

Risposta ad Anima Irrequieta (p.252)

Cara anima irrequieta (p. 254)

Lettera di Olimpia (p. 255)

Lettera di Just (p.257)

La giovinezza (Samuel Ulmann) (p. 259)

 

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